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PREVIDENZA COMPLEMENTARE: PERCHÉ DA SOLA NON BASTA AI MILITARI

Quando si parla di pensioni del personale militare, negli ultimi mesi ricorre sempre più spesso un'espressione: previdenza complementare. È una misura importante. Anzi, è una misura necessaria.

Ma è anche una misura che, da sola, non può risolvere il problema previdenziale del comparto Difesa.

Pensare il contrario significa confondere due strumenti completamente diversi.

La previdenza complementare costruisce una pensione integrativa per il futuro. La previdenza dedicata, invece, nasce per riequilibrare una situazione che il solo fondo pensione non può correggere, soprattutto per chi è ormai vicino al pensionamento. Sono due strumenti distinti ma complementari: la prima guarda al futuro, la seconda mira a evitare che il ritardo accumulato negli anni produca una penalizzazione permanente per una parte del personale. L'una, quindi, non sostituisce l'altra.

 

Come funziona davvero la previdenza complementare

La previdenza complementare si basa su un principio molto semplice: durante la vita lavorativa vengono versati contributi che vengono investiti e producono rendimenti nel tempo.

Alla pensione il lavoratore riceverà una rendita aggiuntiva rispetto alla pensione pubblica.

Quindi il meccanismo, per funzionare bene, deve dipendere da tre fattori fondamentali: quanto si versa, quale rendimento produce il fondo e, soprattutto, per quanto tempo si versano i contributi.

Ed è proprio quest’ultimo elemento che fa tutta la differenza.

 

Il tempo è il vero capitale

Immaginiamo, solo a titolo di esempio, un versamento complessivo di 200 euro al mese, comprendendo sia il contributo del lavoratore sia quello dell’Amministrazione. Supponiamo inoltre un rendimento medio annuo del 3%.

Le cifre che si ottengono cambiano radicalmente in funzione degli anni disponibili.

Se il militare potesse contribuire al fondo per soli cinque anni, arriverebbe ad accumulare un capitale di circa 12.900 euro. Con dieci anni di contribuzione, il capitale salirebbe a circa 27.950 euro. Chi, invece, avesse la possibilità di versare per vent'anni, potrebbe superare i 65.600 euro.

Non è difficile capire cosa significhi.

Chi dispone di venti o venticinque anni davanti a sé può costruire una pensione integrativa importante.

Chi ne ha soltanto cinque, invece, non avrà mai il tempo necessario per accumulare lo stesso capitale.

E non dipende dalla sua volontà. Dipende semplicemente dalla matematica.

 

Perché il tempo cambia tutto

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: «Basta versare di più.» In realtà non funziona così.

Riprendiamo l'esempio precedente. Con un versamento complessivo di 200 euro al mese per vent'anni si può arrivare ad accumulare un capitale di circa 65.600 euro.

Se, invece, un militare avesse a disposizione soltanto cinque anni, per cercare di raggiungere un capitale analogo non gli basterebbe continuare a versare 200 euro al mese. Dovrebbe aumentare il contributo fino a oltre 1.000 euro al mese, una cifra che per la quasi totalità del personale è semplicemente insostenibile.

Ecco perché il problema non può essere risolto chiedendo al personale più anziano di "mettere qualcosa in più". Il tempo perduto non si recupera con uno sforzo economico ragionevole. Chi ha davanti vent'anni può distribuire il sacrificio su un periodo molto lungo; chi ne ha soltanto cinque dovrebbe concentrare in pochi anni ciò che normalmente si costruisce nell'arco di un'intera carriera.

La previdenza complementare è quindi uno strumento efficace.

Ma funziona soprattutto quando viene avviata all'inizio della carriera.

È proprio per questo che nella previdenza complementare viene generalmente raccomandato di aderire il prima possibile.

 

 

Il vero errore del dibattito

Negli ultimi mesi il confronto sembra essersi trasformato in una scelta obbligata: o la previdenza complementare, oppure la previdenza dedicata.

È un errore. Le due misure rispondono a esigenze diverse. La previdenza complementare costruisce una tutela per il futuro. La previdenza dedicata, invece, serve a riequilibrare una situazione che il solo trascorrere del tempo rende ormai impossibile correggere attraverso la capitalizzazione.

Confondere questi due strumenti significa rischiare di lasciare senza una risposta proprio quella parte del personale che ha già dedicato gran parte della propria vita al servizio dello Stato.

Di questo però, parleremo nel prossimo articolo. Perché c'è una domanda alla quale occorre rispondere con la massima onestà: cosa succede ai militari ai quali mancano pochi anni alla pensione?

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