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RICORSI PREVIDENZA: NESSUN DIRITTO, IN NESSUNA PARTE DEL MONDO, È NATO DAL «LASCIA STARE»

Roma, 16 ottobre 2026 - Prima di consigliare di “lasciar perdere”, bisognerebbe almeno ricordare chi non lo ha fatto.

Nel 1975, a Roma, fu arrestato il sergente dell’Aeronautica Giuseppe Sotgiu; nel 1976, a Milano, manifestarono migliaia di militari, soprattutto sergenti e marescialli dell’Aeronautica. Altri affrontarono processi per le astensioni dalla mensa. Attraverso proteste, ricorsi e riforme arrivarono conquiste importanti anche per chi oggi invita a “lasciare perdere”: la cancellazione del reato di reclamo collettivo, le perequazioni economiche, la rappresentanza e, infine, la libertà sindacale. Oggi esercitiamo diritti per i quali altri non hanno “lasciato stare” e si sono esposti quando farlo poteva costare un processo.

Ma non è finita. La libertà sindacale dei militari, la contrattazione nel pubblico impiego, l’inclusione scolastica, la tutela contro i licenziamenti illegittimi, la fecondazione eterologa, il cognome dei figli, l’esenzione IMU, le regole elettorali. Prima di diventare conquiste, sono state battaglie portate davanti ai giudici. Vicende diverse, senza automatismi con i ricorsi previdenziali del SIULM, ma unite da un fatto: qualcuno ha contestato una situazione che la legge consentiva. Se avesse lasciato perdere, come sorprendentemente sta consigliando una sigla sindacale, quel risultato non sarebbe arrivato.

 

 

Anche i sindacati hanno dovuto insistere

Il caso più istruttivo riguarda proprio chi oggi fa attività sindacale in uniforme e invita a “lasciar perdere”. Nel 1999, con la sentenza 449, la Consulta aveva respinto la questione sul divieto di associazione sindacale per i militari. Inoltre, nel percorso approdato alla sentenza 120/2018, il TAR aveva rigettato il ricorso richiamando quel precedente.

Poi sono intervenuti nuovi parametri e sviluppi europei. E il divieto assoluto è caduto.

Le Associazioni Sindacali dei Professionisti Militari, inclusa quella che consiglia di lasciar perdere, esercitano oggi una libertà che altri hanno continuato a rivendicare anche dopo aver ricevuto tanti e sonori NO.

Questi precedenti dimostrano che una sconfitta non chiude necessariamente una questione e che il confronto negoziale può trarre forza anche dalle iniziative giudiziarie.

 

 

Sulla previdenza esiste già un fatto nuovo

Il Comitato europeo dei diritti sociali ha accertato la violazione della Carta sociale europea per la mancata istituzione della previdenza complementare dei militari.

La decisione, adottata il 10 settembre 2025 e resa pubblica il 4 marzo 2026, censura anche la disparità rispetto ad altre categorie pubbliche. Come spiega il Comitato d’Europa, la complessità normativa non giustifica un’inerzia tanto prolungata.

La Suprema Corte Costituzionale ha valorizzato la Carta Sociale Europea e le interpretazioni del Comitato, pur precisando che queste ultime non vincolano i giudici nazionali.

Il risarcimento individuale resta da ottenere e dimostrare quindi, nessuno sta presentando la decisione di fare ricorso come una vittoria economica già acquisita.

La prudenza richiede di spiegare opportunità, ostacoli e rischi. Ma un invito a rinunciare non svolge certamente questo lavoro.

 

 

La diffida non risarcisce. Il SIULM chiede i danni.

si perde, paga il SIULM. Se si vince, vince l’iscritto. La diffida può interrompere la prescrizione, ma da sola non riconosce né impone un risarcimento. Il sindacato chiede invece ai giudici il ristoro del danno subito dal 1998 a oggi: circa 40.000 euro nella stima per un Primo Luogotenente, da verificare individualmente e in giudizio. Intanto, alla Funzione Pubblica continua a chiedere previdenza dedicata e complementare.

L’invito a «smettere di pagare» è quindi ingannevole. Usare l’incertezza del giudizio per scoraggiare un ricorso gratuito e chiedere subito di cambiare sindacato rivela tutta la pochezza della scelta. Il messaggio per i colleghi è chiaro: il vostro risarcimento aspettare, la delega però falla subito.

 

 

I diritti meritano più di una campagna tessere

E qui viene il capovaloro.

Discutere una strategia processuale è legittimo. Segnalare i rischi è doveroso. Però occorre confrontare le domande, gli argomenti e le condizioni effettive dell’iniziativa.

Quando, invece, l’invito a rinunciare al ricorso si accompagna alla richiesta di cambiare sindacato, il problema previdenziale diventa un argomento di reclutamento.

Ed è qui che emerge la parte più triste della scelta del caro delatore: davanti a un danno che riguarda decenni di vita lavorativa, si usano i diritti dei militari, ma alla fine si chiede soltanto di cambiare sindacato.

I colleghi meritano un’ambizione più grande. La stessa di chi ha combattuto per i diritti di cui oggi godiamo tutti, compreso quello di costituire i sindacati militari.

 

 

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