Roma, 28 luglio 2026 - Definire un privilegio è facile. Più difficile è distinguere un privilegio da uno strumento di welfare previsto dall'ordinamento.
Le recenti dichiarazioni dell'onorevole Francesco Emilio Borrelli sugli stabilimenti balneari destinati al personale delle Forze Armate e delle Forze dell'Ordine meritano, proprio per questo, qualche precisazione.
Nessuno contesta a un parlamentare il diritto di verificare come vengano utilizzati beni pubblici, concessioni o strutture riconducibili alle amministrazioni dello Stato. Anzi, il controllo sull'utilizzo delle risorse pubbliche dovrebbe essere sempre rigoroso.
Ma il controllo è una cosa. Trasformare una tariffa agevolata in una battaglia contro una presunta “casta delle divise” è un'altra.
Non sono privilegi inventati dalle Forze Armate
Gli stabilimenti balneari militari non nascono dall'iniziativa estemporanea di qualche Comandante desideroso di assicurare vacanze a buon mercato ai propri dipendenti.
Rientrano nel sistema degli Organismi di Protezione Sociale previsto dall'ordinamento militare.
Lo stesso Ministero della Difesa ne individua le finalità nel mantenimento dell'efficienza psicofisica del personale, nell'aggregazione sociale dei dipendenti e delle loro famiglie e nello sviluppo delle attività ricreative, culturali e assistenziali.
Tra queste attività l'ordinamento contempla anche i servizi di balneazione.
È dunque del tutto legittimo discutere se questo sistema debba essere modificato, ampliato, reso maggiormente accessibile o organizzato diversamente.
Ma prima di chiamarlo “privilegio” bisognerebbe almeno spiegare perché uno strumento di protezione sociale riconosciuto dall'ordinamento dovrebbe essere considerato scandaloso quando riguarda un militare o un appartenente alle Forze dell'Ordine.
La differenza non è soltanto lessicale. È sostanziale.
Se ogni trattamento differenziato diventa un privilegio
Il punto, infatti, è un altro.
In Italia esistono migliaia di forme di welfare aziendale, convenzioni, CRAL, circoli, agevolazioni, mense, strutture ricreative e servizi riservati ai dipendenti delle più diverse amministrazioni e aziende.
Nessuno pensa che un lavoratore che usufruisce di una convenzione stipulata dal proprio datore di lavoro appartenga per questo a una “casta”.
Perché, allora, quando il lavoratore indossa una divisa il medesimo principio dovrebbe improvvisamente trasformarsi in privilegio?
Anche gli stabilimenti militari, peraltro, non sono necessariamente piccoli feudi sottratti a qualsiasi regola economica. La documentazione pubblica del Ministero della Difesa mostra numerosi casi nei quali i servizi di balneazione, bar e ristorazione vengono affidati in concessione a operatori economici attraverso specifiche procedure di gara.
Quindi discutiamo pure di costi. Discutiamo di concessioni. Discutiamo di accessibilità. Discutiamo persino dell'opportunità politica di mantenere queste strutture. Ma discutiamone con i documenti sul tavolo, non attraverso un'etichetta buona per un video sui social.
Una domanda anche a chi parla di privilegi
Poi, però, una domanda nasce inevitabilmente.
Se vogliamo davvero aprire nel Paese una nuova stagione contro i privilegi, siamo disponibili a farlo fino in fondo?
Perché la parola “privilegio”, quando viene utilizzata con tanta disinvoltura, rischia di diventare molto impegnativa.
Solo un esempio: un deputato della Repubblica percepisce un'indennità parlamentare netta di circa 5.000 euro mensili. A questa si aggiungono, secondo le regole della Camera, una diaria di 3.503,11 euro mensili e un rimborso per l'esercizio del mandato pari a 3.690 euro, oltre ai sistemi previsti per gli spostamenti sul territorio nazionale e alle ulteriori voci disciplinate dall'istituzione parlamentare.
Tutto perfettamente legittimo.
Ed è proprio questo il punto.
Sarebbe scorretto definire automaticamente quei trattamenti “privilegi”, perché sono strumenti che l'ordinamento mette a disposizione di chi esercita una determinata funzione pubblica.
Esattamente per questo sarebbe opportuno usare la stessa prudenza quando si parla degli strumenti di protezione sociale riconosciuti a chi serve lo Stato indossando una divisa.
Altrimenti il rischio è quello di applicare una regola molto semplice: ciò che la legge riconosce alla propria categoria è una condizione necessaria per svolgere dignitosamente il proprio lavoro; ciò che riconosce agli altri diventa improvvisamente un privilegio.
La politica scelga battaglie all'altezza dei problemi
Le donne e gli uomini delle Forze Armate e delle Forze dell'Ordine non chiedono immunità dalla critica, anche perché non ne hanno bisogno.
Chiedono semplicemente che, quando si parla del loro lavoro e delle loro condizioni, si utilizzino equilibrio, conoscenza e proporzione.
Se esistono sprechi negli stabilimenti militari, vengano documentati. Se esistono concessioni irregolari, vengano denunciate. Se esistono costi ingiustificati per lo Stato, vengano quantificati. E se qualcuno utilizza indebitamente strutture pubbliche, si intervenga senza esitazione.
Ma se l'intera accusa consiste nel fatto che un appartenente alle Forze dell'Ordine paga cinque euro laddove un altro cittadino ne paga dieci, allora forse prima di evocare caste e privilegi sarebbe opportuno compiere un'operazione molto semplice: capire chi paga cosa, perché lo paga e quale normativa disciplina quella struttura.
La politica seria e credibile dovrebbe partire dai fatti. E magari, prima di andare alla ricerca dei privilegi sotto un ombrellone, potrebbe continuare a cercarli anche nei palazzi nei quali i privilegi, quelli veri, sono stati per decenni uno degli argomenti preferiti della propaganda politica italiana.
Le divise non hanno bisogno di privilegi. Hanno diritto, però, allo stesso rispetto e alla stessa precisione che chiunque pretenda di moralizzare la vita pubblica dovrebbe essere il primo ad esercitare.
SIULM Aeronautica – La divisa ci unisce



