Chiamiamolo Marco. Il nome è di fantasia, ma la sua storia potrebbe essere quella di molti colleghi.
Marco indossa l'uniforme da 35 anni. Quando si è arruolato, parlare di sindacato nelle Forze Armate significava parlare di qualcosa che semplicemente non esisteva. Per gran parte della sua carriera ha conosciuto un altro sistema, quello della Rappresentanza Militare, con i suoi organismi e le sue regole. Il sindacato apparteneva al mondo del lavoro civile, non al suo.
Poi le cose sono cambiate. Nel 2018 la Corte costituzionale e successivamente la legge n. 46 del 2022 hanno aperto la strada alla libertà di associazione sindacale dei militari. Marco si è trovato davanti a qualcosa che per buona parte della sua vita professionale non aveva mai avuto: la possibilità di scegliere se iscriversi oppure no a un sindacato.
Nel frattempo Marco ha attraversato riorganizzazioni, trasferimenti, missioni e contratti. Ha visto cambiare la Forza Armata, le regole e persino il modo in cui il personale può essere rappresentato. Ora anche la pensione non è più qualcosa di lontano e parole come previdenza, retribuzione e tutele hanno un peso diverso.
È forse anche per questo che Marco comincia a guardare con maggiore attenzione a quel nuovo mondo sindacale che si è sviluppato nelle Forze Armate quando la sua carriera è ormai nella parte finale. Legge qualche comunicato, segue le iniziative e vede arrivare alcuni risultati.
Poi si pone una domanda che, in fondo, potrebbe farsi qualsiasi collega: «Perché dovrei iscrivermi a un sindacato militare? Perché pagare una quota ogni mese se, quando viene riconosciuto un diritto o risolto un problema che riguarda tutti, ne beneficia anche chi non è iscritto?»
Quello che abbiamo trovato grazie a chi c'era prima
Il ragionamento di Marco sembra avere una sua logica. Ma 35 anni di servizio sono anche 35 anni di memoria e, quando ripercorre la propria carriera, si accorge di un particolare che cambia la sua prospettiva: anche lui ha beneficiato di battaglie che non aveva combattuto.
Quando era un giovane militare ha trovato diritti, tutele e condizioni economiche e professionali che non erano nate il giorno del suo arruolamento. Prima di lui altri avevano posto problemi, avanzato rivendicazioni e sostenuto battaglie attraverso gli strumenti di rappresentanza allora disponibili. Alcuni risultati erano serviti a migliorare la loro condizione, altri avrebbero prodotto effetti soprattutto negli anni successivi. Marco era arrivato dopo e non aveva partecipato a quelle battaglie, eppure ne avrebbe raccolto i frutti per buona parte della propria carriera.
La domanda iniziale di Marco comincia a cambiare. Marco, dopo 35 anni, non è più quello che viene dopo. È diventato quello che c'era prima.
E allora il dubbio di Marco assume un significato diverso: se qualcuno, prima di lui, ha contribuito a costruire qualcosa di cui anche lui ha beneficiato, cosa è disposto a contribuire a costruire oggi per chi indosserà l'uniforme dopo di lui?
E soprattutto: se tutti aspettassero che fosse qualcun altro a farlo, chi costruirebbe i risultati di domani?
Un diritto è di tutti, la rappresentanza è una scelta
Quando un sindacato ottiene la correzione di una procedura, il riconoscimento di un diritto o una migliore condizione di lavoro, il risultato può riguardare anche chi non è iscritto. Ed è giusto che sia così. Un diritto non appartiene a un sindacato e non può dipendere dalla tessera che si possiede. Appartiene a tutti coloro che ne hanno titolo. Ma questo non significa che quel risultato sia arrivato da solo: qualcuno ha raccolto il problema, studiato le norme, costruito una proposta, aperto un confronto e, quando necessario, sostenuto una vertenza. Beneficiare di un risultato e contribuire a renderlo possibile sono due cose diverse.
Nel mondo militare, poi, l'adesione ha un peso molto concreto. Il numero degli iscritti concorre a determinare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali e dalla rappresentatività discendono prerogative e partecipazione alla contrattazione nazionale. Quindi iscriversi non significa pagare per avere un diritto in più rispetto al collega. Significa scegliere chi si vuole ai tavoli quando si discutono stipendio, tutele, condizioni di lavoro e futuro professionale. La rappresentatività, prima di essere una percentuale, è questo: persone che decidono a chi affidare la propria voce.
Per questo un sindacato non è forte perché pubblica più comunicati, realizza video migliori e accattivanti o alza la voce più degli altri. È forte perché rappresenta persone e quelle persone gli danno la forza per agire.
Una forza che serve a tutelare il singolo quando nasce un problema, ma soprattutto a trasformare quel problema in una questione collettiva e, quando possibile, ad arrivare prima che si presenti. È ciò che il SIULM Aeronautica prova a fare su molti temi, dalla previdenza dedicata da affiancare a quella complementare alle questioni che riguardano organizzazione e condizioni di lavoro. Perché rappresentare non significa soltanto difendere ciò che abbiamo oggi. Significa anche provare a costruire ciò che servirà domani.
La risposta di Marco
Torniamo allora a Marco.
Dopo 35 anni di servizio ha abbastanza esperienza per sapere che non tutte le battaglie si vincono, ma anche che nessun risultato arriva se qualcuno non prova a costruirlo. Quando era giovane, altri lo avevano fatto anche per lui. Oggi tocca alla sua generazione decidere cosa lasciare a quella che verrà dopo.
Marco prende il telefono, apre il sito del SIULM Aeronautica e questa volta non si limita a leggere l'ultima notizia. Cerca il modulo di adesione, lo compila e si iscrive.
Non cerca un diritto in più rispetto al collega che gli siede accanto. Ha semplicemente deciso di non aspettare che siano sempre gli altri a rendere possibili i risultati di cui, prima o poi, potremmo beneficiare tutti.
SIULM Aeronautica – La divisa ci unisce



